“Il metallo è un po' come mamma',
devi amarlo e lui ti amerà”
ATTENZIONE: questa recensione viene scritta in differita, in un periodo successivo alle elezioni americane. Ci si scusa fin d'ora di eventuali sfoghi da parte dell'autore.
Se a 47 anni si può essere considerati giovani (sia pure in riferimento alla carica di Presidente degli Stati Uniti), io, a 23 anni, posso rivendicare il titolo in senso assoluto. E ritrovarmi in pieno diritto ad adorare ed incensare maestri come il primo degli sbarbatelli (tanto più che l'esperienza sembra essere qualcosa di assolutamente superfluo perfino per fare il Presidente degli Stati Uniti. Quindi posso fare il critico musicale senza problemi).
Il più grande maestro, in questo campo, è senz'altro Lester Bangs. In suo articolo, pubblicato in “Guida al frastuono più atroce” (letto a scrocco alla Feltrinelli), attaccava giustificando la sua presenza ad un concerto di Barry White con la gratuità dello stesso e la prospettiva, per nulla esecrabile, di combinare qualcosa con una ragazza. Anch'io mi ritrovo, la notte di Halloween di questo 2008, trascinato ad un concertaccio sulla scia di questi due motivi: entrata gratuita e forti spinte di una ragazza (a dire il vero, in questo caso, non di una ragazza, ma della propria fidanzata. Non è più tempo per la vita rock ribelle e randagia, è il momento di mettere la testa a posto). In un paesino vicino Bologna, suonano gli Atroci.
Degli Atroci non sapevo granché, mi ero ben guardato dal raccogliere informazioni, come chi voglia aggrapparsi alla resistenza passiva quando il destino prende a trascinarlo verso la fine (senza successo, ovviamente. Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti...). Sapevo lo stretto necessario per figurarmi nuvole scurissime all'orizzonte: un gruppo trash-metal (cristo santo) che fa canzoni ironico-demenziali in italiano (ma l'ironia non scusa mai abbastanza), i cui componenti hanno nomi ridicoli, look patetici ed una finta biografia fantasy alle spalle. A questo punto avrete capito che neanche l'entrata gratuita era una scusa a sufficienza e potete immaginare quanto tenga alla ragazza, per aver sopportato una simile prova.
Quando non gira, non gira, e un mucchio di fattori si coalizzano contro il mio spirito di sopportazione. Il tempo è orrendo, il locale perso in una zona industriale da raggiungere attraverso stradine dimenticate dagli uomini. Lì certo non hanno particolare interesse a farsi amica la gente (d'altronde, organizzano concerti metal, non possono certo essere il massimo dell'affabilità, come tipi) e nonostante il diluvio si guardano bene dal farci entrare (anche solo nell'ingresso) prima dell'orario di apertura (pure noi c'abbiamo messo del nostro, a credere che un concerto la sera di Halloween potesse iniziare alle nove). Giusto per non lasciare in vita la minima speranza, il locale si rivela essere un postaccio, i baristi, sgradevoli, fanno fatica a capire le ordinazioni quando ancora non c'è la musica assordante (e chissà l'epopea dei poveri cristi che hanno ordinato qualcosa durante il concerto), l'alcol costa un sacco e, dulcis in fundo, siamo accolti dalla proiezione di un concerto dei Kiss. I Kiss, diavolo. Se arrivate in un posto, e vi mettono su i Kiss, Dio vi odia. Perché un concerto dei Kiss può piacere solamente a tre categorie di persone: alle esibizioniste in cerca di una situazione in cui mostrare le tette al mondo sia una cosa socialmente approvata; ad adolescenti e post-adolescenti che si sono bruciati il cervello con la loro mania per le tette a tal punto da sopportare perfino situazioni del genere, pur di vederne qualche paio; a chi di musica non capisce proprio un cazzo. E mi auguro per voi che non apparteniate a nessuna di queste tre categorie. Tant'è, i Kiss. É l'inferno, baby.
Ai Kiss segue una band amatoriale di hard&heavy. Più hard rock che heavy metal, a dirla tutta. Nulla di che, ma è comunque un passo avanti, rispetto ai Kiss (e poi, mi forniscono la prova definitiva che l'hard rock non sarà mai il mio genere preferito). Arrivo perfino, in un attimo di debolezza (forse sperando che tanta bontà possa salvarmi in seguito, nel corso della serata), a provare una certa empatia nei confronti di questi poveri cristi che si ritrovano a suonare questo genere (che per autosostentamento ha assoluto bisogno di un minimo di energia da parte del pubblico) nell'indifferenza di un locale ancora in corso di riempimento e frequentato da gente capitata lì non si sa bene per quale ragione o per ascoltare il gruppo principale, e quindi non certo ben disposta nei loro confronti. Riesco a soffocare questo malato senso di misericordia solo in extremis, resomi conto che il cantante assomiglia dannatamente a quello sfigato di Axl Rose. Axl Rose, diavolo, questa serata si sta rivelando la fiera dei fenomeni da baraccone.
Finiscono, e c'è una piccola pausa per spostamenti e preparativi tecnici. Piccola, ma sufficiente a distruggere ogni accurata strategia di sopravvivenza che avevo organizzato. Già immaginavo di passare il tempo durante il concerto degli Atroci al tavolo, uno dei pochi presenti nel locale, che ci si siamo accaparrati miracolosamente, a dispensare caustici sguardi di disapprovazione (quegli sguardi che si danno con il mento un po' alzato, le palpebre impercettibilmente calate, i muscoli del viso granitici, inscalfibili; sono un maestro, in questo sguardo, perché disapprovo quasi tutto ma non ho sufficiente spina dorsale per cavarmi dalle situazioni che disapprovo) ora al palco, ora al pubblico. Invece la ragazza scatta verso il palco e si sistema in prima fila. Lo sappiamo tutti come sono i metallari, predisposti geneticamente al pogo ed allupati atavici, e la miscela di questi due elementi, con la propria ragazza in prima fila, rischia di essere altamente esplosiva. E dato che sono particolarmente geloso, ecco fatto, piano rovinato, mi ritrovo arruolato come servizio d'ordine, proprio sotto il palco (e così, mi ritrovo ad un concerto, ma dall'altra parte della barricata, quella dei cattivi. Che effetto estraniante).
Arrivano, qualche prova con gli strumenti, ed iniziano. L'impatto è anche peggiore del previsto: i costumi ti fanno cadere le braccia e non sapresti dire se la colpa sia del fatto che siano trucidi o della loro ridicolaggine. Quello che presumi essere il cantante (come sempre, presumi giusto), perché si mette a trafficare con il microfono, è vestito di rosa shocking ed ha fastidiosi capelli riccioluti (veri? Parrucca?). È in quel momento che si insinua il terrificante dubbio: hai sopravvalutato la tua mastodontica capacità di sopportazione? La senti scricchiolare già adesso, quando tutto deve ancora ufficialmente iniziare e sei finito in trappola. Non vedrai la luce, fratello, all'alba non ci arrivi vivo. Sei finito in un film dell'orrore, e ti è capitato il personaggio di un negro: sai bene quel che significa.
Qualche battuta per intrattenere il pubblico e si comincia. Voglio vederti morire, voglio vederti soffrire...chiaramente un manifesto d'intenti da parte del gruppo, anche se non è ben chiaro il modo in cui intendono applicarlo: arma da taglio, la loro musica, la montante vergogna per il trovarsi lì? Una cosa ti disturba più di tutto, tra le mille: su quel palco solo in tre stanno suonando degli strumenti. Un bassista, un chitarrista, un batterista. Il cantante non suona niente, e vabbè, non è una cosa così infrequente. Però ce ne sono altri due, disoccupati occupa-palco ad ufo, ufficialmente incaricati dei cori e delle coreografie: ma cazzo, siamo ad un concerto di una pop-star? Che diavolo vuol dire cori e coreografie? Anche il minimo dubbio si dissipa: non sei ad un concerto, perché la musica è una cosa seria (noi lo sappiamo bene, che la musica è una cosa seria) e quella...roba di certo non è musica. Una baracconata, ecco cos'è. Le disgrazie non vengono mai sole, il pubblico inizia ad agitarsi e senti le prime spinte contro la tua schiena e dato che, come sempre, devi guardarti più dai tuoi amici che dai tuoi nemici, e che le veri serpi ti crescono in grembo, ti ritrovi anche la tua ragazza a divincolarsi come una tarantolata (ecco, non ci mancavano che gli zombie, il morbo inizia a diffondersi) e non riesci a tenerla ferma in nessun modo. Tra una canzone ed un intermezzo lo spettacolo (indegno) continua, la gente si scalda e si agita sempre di più (anche se ti fanno la grazia di evitare il pogo) e a tutti i pensieri negativi inizia a sommarsi un montante senso di inadeguatezza. Se sei una persona posata, il peggio che ti possa capitare è ritrovarti in una situazione in cui ogni regola civile sembra essere sovvertita e tutti si comportano come dei pazzi: non potrai abbandonare la tua superiorità neanche per mimetizzarti ed avere salva la vita e ti sentirai mancare il fiato, in un crescendo di vergogna. Smetti di fissare il palco, nella speranza che questo possa aiutare e ti metti a guardare la folla: non ti eri minimamente reso conto che attorno hai un'accozzaglia di gente, unita senza alcun senso logico. È sempre così, in qualche evento, ma quasi mai riesci ad accorgertene. Il che è un peccato, perché quando questo ti riesce puoi costruirti mentalmente un ricettacolo alquanto buffo ed interessante. Stasera puoi vedere maschere varie (ma pensa un po', siamo ad Halloween), tra cui due fetish-leather-infermiere, un paio di persone attempate in maglioncini dai colori tenui (presi di mira un paio di volte dal cantante con battutine varie, e quando ti accorgi che anche tu sei nella loro stessa situazione inizi a farti piccolo piccolo, così, per precauzione) che con ogni probabilità sono finiti lì per curiosità ed interesse antropologico, un gruppetto di trentenni alquanto 'tirati' (tra cui un paio di biondine davvero terrificanti) che devono aver perso la rotta e si ritrovano qui sognando qualche discoteca truzza, varie gradazioni di metallari, che sembrano tutti non accorgersi dell'evidente ironia dei testi e della situazione, che vuole essere un -davvero mordace- sbeffeggiamento di atmosfere e tematiche black metal e prendono per serio tutto ciò che viene sputato dal palco (un metallaro che ti è giusto a fianco non ha un attimo di tregua per tutta la serata e canticchia con il leader ogni singolo verso, che conosce perfettamente, con negli occhi la luce di chi ha visto un profeta). Pensi che la vita è strana, e la gente ancor di più, e che se fossi Altman da questo potresti tirar fuori un buon film corale. Per un attimo hai un pensiero piacevole, in questa serata storta.
Perché la serata è proprio storta, eh. Si continua, si continua tra intermezzi e canzoni ed esasperato arrivata quel momento. Capisci che non ti resta che l'arma finale, quel bottone rosso da premere solo in caso di estremo pericolo: lo stato catatonico, una specie di coma autoindotto, in cui ti è concesso di abbandonare il “qui ed ora”, di lasciare tutto il rumore come un ovattato sottofondo che ti giunge da molto, molto lontano. Sarà dalle lezioni delle superiori che non lo rispolveri, questo potere, ma ce l'hai ancora, e dovrebbe ancora funzionare.
Il metal ovattato è un ossimoro, certo, ma è davvero qualcosa di buffo. In questo stato di semi-incoscienza puoi perfino permetterti il lusso di ascoltare i testi (prima ti eri ben guardato dal farlo, in un vano e tenace rifiuto di collaborazione) e di guardare con occhi nuovi ciò che ti sta davanti. È quello, il momento dell'illuminazione. Una mela borchiata ti piomba sul capo, e capisci tutto. Capisci che tu in realtà non avevi capito niente e che erano loro, ad aver capito tutto. Ti riecheggia nella mente il mantra della serata, con cui il cantante si è rivolto per la prima volta al pubblico e che ripete più volte, perché è questa -ammissione sua- la morale di tutto quanto: siete delle merde, ma a noi piacete così. Un concetto chiaro, preciso; una filosofia molto profonda, detto senza ironia. Hanno ragione loro. Tu, che hai passato anni a ripeterti nella testa, assieme a Cobain, che puoi venire , ed essere, così come sei, che puoi considerarti benedetto per quel tuo essere un loser, per il fatto che eri una chiavica perfino in quello che ti veniva meglio, poi hai chinato il capo, e ti sei lasciato trascinare nella corrente. Ti metti a pensare alla vita di adesso, alla vita nuova dell'uomo, che non è certo una merda come la dipingono tutti, che con ogni probabilità è migliore di quella che era nel passato, ma che non è certo perfetta ed ha dei grandi lati oscuri, degli enormi buchi neri in cui spesso ci si perde. In questo grande rito collettivo in cui si canta la lode di chi si tira fuori dalla corrente, ti metti a pensare a cosa a te non piace, di quella corrente, e passi in rassegna pensieri sopiti, come grani di un rosario. Ciò che proprio non ti piace, di questa vita moderna, è quell'obbligo alla perfezione che di fatto nessuno ci impone, ma che ci autoimponiamo noi stessi. Il dovere di vedere la propria vita come una unica strada, dritta e senza torsioni, l'obbligo di fare sempre un passo in avanti e che sia rigorosamente in quella direzione, senza sviare, perché ogni passo è un peccato capitale, se non è su quella strada. Che si debba passare la vita a fare qualcosa che ci costruisca un curriculum e poi a farsi spazio a spallate, facendo un piccolo salto dopo l'altro, perché è su su che si deve arrivare. Diffido completamente di chi ha un grande obiettivo e compie ogni passo solo per avvicinarcisi; diffido di sempre più gente. Mi sento estraneo a questa versione di perfettibilità che percorre un'unica via, e qui, con questi pensieri, in mezzo a questa situazione, mi viene in mente il verso degli Zeppelin, e penso che sì, ci sono due sentieri che puoi percorrere, ma a lungo andare hai ancora tempo per cambiare strada. E ti rendi conto che loro davvero hanno capito tutto: perché ammettere di essere delle merde e piacersi comunque vuol dire rifiutare quell'idea che si debba procedere in marcia verso quell'obiettivo lontano, vuol dire che ci si rifiuta di lasciare che siano altri a stabilire come dobbiamo essere, che ci si prende tutto il tempo necessario per vivere, per essere se stessi anche quando questo vuol dire perdersi, percorrere strade che finiscono in vicoli ciechi o ci portano lontano da dove avrebbero dovuto.
Ed in questo stato catatonico, allucinato come un Donnie Darko nostrano, rivaluti tutto, ma proprio tutto. Che alcune volte l'ironia e la parodia scusano proprio tutto, che la musica è una cosa seria e quello a cui stai assistendo non può proprio meritarsi l'etichetta di “concerto”, ma che è uno spettacolo grandioso, lasci andare tutti i freni di persona che non si sa lasciar andare e non canti (anche perché non sai le parole), non salti e non ti divincoli (perché non è che ti riesca di scrollarteli proprio tutti, i freni che hai), ma inizi a sentirti buddisticamente parte di tutto ciò che ti circonda e all'apice della canzone che ti piacerà di più, in quella serata, quasi ti commuovi per il ritornello “non c'è domani (uooooh), non c'è futuro (uooooh), ti sei schiantato contro il muro”. Perché tutto è collegato, e c'è tanto Beatles in tutto questo, quei Beatles di Obladì Obladà, arriva il sole, ciao luce del sole, la vita è semplice, concediti di viverla senza paranoia e manie, non ti basta che respirare, sorridere e vivere la tua bella vita, adesso in questo momento, tutta quanta, ché del doman non v'è certezza. Beh il concetto è quello, anche se, se ti ritrovi ad essere un truce metallaro, lo esprimi con modi un po' più beceri -ma anche molto più schietti e diretti.
Per quelle leggi del moto collettivo, ti ritrovi trascinato dalla folla, abbandoni le tue posizioni arroccate, ribalti il tuo punto di vista e pendi dalle labbra di questi showmen fantastici, che fanno davvero una puttanata di musica (e con ogni probabilità lo sanno) ma sanno farlo con tale candore ed energia da commuoverti quasi, che sanno farti ridere, scuotere la testa come un ossesso, ti ammaliano, ti prendono per mano, ti coinvolgono in qualcosa di grande. Perchè “l'unica moneta che conta, in questo mondo in bancarotta, è quello che scambi con un'altra persona, quando sei uno sfigato”. E non c'è dubbio che loro lo siano, sfigati, intendo. E lo sei anche tu, e l'essere sfigati è una lingua atavica che ti permette di comunicare anche con chi non sembra condividere null'altro con te se non questa condizione.
Ascolti, come un bimbo davanti al proprio nonno, la storia di come le sacre leggi del metallo siano state incise sulle tavole dalle parole di Ozzy Osborne (I dieci metallamenti), ti sorbisci tutto d'un sorso il racconto della (ben poco) epica battaglia ancestrale combattuta dalle forze del metallo (I guerrieri del metallo), ti lasci convincere da proposte di manifesti politici alternativi e di ribellioni salvifiche (Fratelli nella Fede) e tutto ti sembra buono, saporito, nonostante sia un po' pesante e diverso dai tuoi gusti. E quando arriva il momento del commiato, in cui dolcemente (per quanto ci possa essere dolcezza nel metal) si dichiarano tuoi amici, tuoi intimi compagni di lotta, e ti rassicurano sulla loro sincerità (I tuoi amici Atroci), quasi hai un moto di rimpianto, che stia tutto finendo, e ti ritrovi frastornato ed estraniato (come all'inizio, ma in senso completamente diverso), a raccogliere le tue illuminazioni borchiate, per tornartene a casa, dopo una serata che, contro ogni previsione, non è stata davvero malaccio. Hai pure una nuova convinzione, che ti potrà donare un sorriso ogni volta che chiuderai gli occhi: il metallo non ti tradirà.

Tiriamo le somme, ragazzi: se volete andare a sentire un concerto, state lontano dagli Atroci (perché la musica è una cosa seria, non ci stuferemo mai di ripeterlo, e vi piangerebbe il cuore a vedere come in quel caso la musica sia solo un pretesto); se cercate un grande spettacolo (e non fate i pignoli, visto che la maggior parte delle band non è più in grado di fare musica, e fa solo spettacolo), con gente dotata tecnicamente (il batterista sa il fatto suo!), in grado di fare musica corposa e violenta, ma avete comunque il palato fino e cercate dei testi che meritino la pena, gli Atroci fanno per voi. Soprattutto, se quello che volete è che chi si ritrova sul palco abbia carisma da vendere, tanto da potervelo vomitare addosso, sarete senz'altro nel posto giusto. Ultima avvertenza: le loro canzoni sono decisamente migliori in versione live.
Non sono un grande fan delle community online. Per dire, non sono iscritto a Facebook, né a Myspace, o Badoo, o cose del genere. Potrei, forse, un giorno, iscrivermi ad aNobii.
Questa premessa per mettere bene in chiaro che questo consiglio è qualcosa di non abituale e di veramente caldeggiato. Rivolto a tutti quelli che dovessero finire qui, a leggere questo post.
Un ottimo posto per ascoltare musica, di gruppi ed artisti amatoriali o poco conosciuti (si trova però anche qualcosina di gente famosa); alcune canzoni possono anche essere scaricate gratuitamente. E, soprattutto, potete avere una parte attiva nel promuovere la musica che vi piace. Quante volte avete pensato: diavolo, che robaccia si ascolta in giro. Se potessi decidere io chi meriterebbe di essere sponsorizzato in giro...?
Qui questo gioco è possibile. Va a punti, ed è molto semplice. Potete sostenere le canzoni che vi piacciono con un voto (bump). Potete farlo anche più volte. La cosa però vi costa dei punti (in numero inversamente proporzionale alla fama del pezzo), che potete accumulare attraverso i log-in, l'ascolto di un gran numero di canzoni, il sostegno a canzoni poco conosciute nel momento in cui inizieranno a "girare", l'invito di amici. Per le persone che conosco io, vale questo consiglio in questo post. Tanto perché sia una volta di più chiaro che non lo sponsorizzo per beccarmi punti ma per il suo valore in sè. :D
Ah, trovate canzoni molto carine nel reparto folk e classical rock.
(io questo sito l'ho conosciuto attraverso XL. Beh, prima o poi mi giustificherò, per il fatto che continuo a spendere soldi per quel giornalaccio).
Ok, la mia previsione era completamente sbagliata (o hanno sbagliato gli americani nel farla avverare?).
Io, di mio, l'ho capito quando, alle tre di notte, sono sceso alle macchinette per prendere qualcosa da mangiare, giusto per tirare avanti nella lunga nottata. Il Lion a 55 centesimi. Ed a me, in moneta, ne erano rimasti 50. Sono segni, sono segni...
è un profeta, ed i profeti sono sempre una disgrazia;
il fatto che molto sostegno che si ritrova ad avere gli venga dato perché è un candidato giovane e nuovo. Profuma di fresco, come un detersivo. Perché l'appoggiare qualcosa, non per suoi meriti, ma aprioristicamente per la sua appartenenza ad una categoria, è sempre una cosa molto stupida;
il fatto che della sua pressocchè totale inesperienza non si parli più e non se ne possa parlare, pena svariati anatemi sul proprio capo. Che poi, questo ricollega alla smania di novità, di cui sopra. Starei ben attento a santificare il nuovo in sé. Va a finire come con la Madia, eh (la frase “Porterò la mia inesperienza in Parlamento” è un'idiozia che grida ancora vendetta). E la ragione di questo -della frenesia per il nuovo, intendo- è che si pensa tutto il male possibile del vecchio. In questo caso della solita politica, la vecchia politica vischiosa e mestierante (chi la pensa così, quindi, è ontologicamente grillino. Mon dieu.). E questo è uno dei temi che più mi fanno imbestialire. L'antipolitica. Che poi, questa acredine nei confronti della presunta corruzione causata dalla politica, che è cattiva, alla società, che è buona, a me sembra tanto quella storia di Rousseau. E poche cose mi sembrano stupide come quella di detestare ciò che c'è vagheggiando una presunta età (o luogo) dell'oro. Negare i pregi, la bellezza, la positività, pur limitata, della realtà, in nome di una perfezione perduta del tutto astratta ed irreale;
il fatto che molto sostegno gli derivi dall'essere afroamericano. Tanti sperano che Obama diventi presidente, perché sarebbe il presidente nero; un bel segno, una speranza, un sogno realizzato. Ma è positivo di per sé che ci sia un presidente nero? Sarebbe un passo in avanti verso il rispetto e la tolleranza? A me non sembra. Un presidente nero capace e competente sarebbe una fantastica conquista. Un presidente nero senza le necessarie capacità non sarebbe per niente un'ottima cosa. Perché non possiamo far andare avanti la tolleranza con quote, sbarramenti, numeri minimi o posizioni conquistate puramente formali. E perché, alla fin fine, questo finirebbe per essere non un primo passo ma un boomerang. Se Obama fosse un cattivo presidente (cosa che io credo), con ogni probabilità gli americani si guarderebbero bene dallo scegliere un altro presidente nero per i prossimi cent'anni (fatto irrazionale e stupido, che sia chiaro. E che non giustifico minimamente. Ma sono convinto che è questo quello che succederebbe). Sembra un gioco per bambini: fare un passo in avanti, per poi doverne subito dopo due indietro. Una gran bella conquista, non c'è dubbio. E poi, siamo davvero convinti che chi si ritrova a sostenere Obama con questa motivazione sia spinto da sincera tolleranza? A me sembra di scorgerci, dietro, una patina stagnante e sgradevole, un fanatismo per l'idea “ho votato, abbiamo votato un presidente nero, come siamo avanti” (tanto che non risulta possibile soffermarsi per un attimo a pensare che in fondo, Obama non è un nero, ma un mulatto), un appoggio che viene sì concesso ad un nero, ma che gli viene concesso perché si presenta ai nostri occhi come un nero “confortevole”, ripulito da tutti i difetti ed i vizi che pregiudizialmente si attribuiscono ai neri, un nero che finisco per ammirare proprio perchè sembra non possedere affatto la “negritude”, che mi piace perché sembra quasi un bianco, che mi va bene perché è stato passato per bene in candeggina. Dietro questo sta l'idea “tollero il diverso, il diverso mi va più che bene, basta che sia disposto a comportarsi come me”. Qualcosa di altrettanto pericoloso del razzismo, a mio parere;
il fatto che il suo slogan sia Change. E che il suo programma politico sia Change. E pure la sua profonda e saggia ricetta politico-socio-economica sia Change. Non solo perché tutta la grande macchina obamiana si riduca ad un'unica parola, a cui si è ben guardato di non dare alcun spessore concreto (come descritto chiaramente e con efficacia da Paginescure nel suo ultimo post). Soprattutto perché, prima ancora che un Change vuoto è un Change trascendentale, mistico, un culto del nuovo in sé (tanto per collegarsi ai primi due punti). É sogno, utopia, in ultima analisi ideologia. Un Change pieno di sé, tronfio, lioso, sordo e cieco, indisponibile a confrontarsi con la realtà, con i se, con i ma, con il pragmatismo. Ma è proprio il riempirsi la bocca, la testa, lo stomaco, di questo cibo che gonfia e provoca indigestione a farci venire l'abbiocco e ad impedire di fare poi nella pratica anche la minima azione per cambiare davvero qualcosa. Non è con i sogni e le speranze, che si fa un passo avanti, non è guardando a fronte alta all'orizzonte, al cielo, alla terra promessa nascosta dietro la linea di quel monte. Lo si può fare solo imboccandosi le maniche, mettendo le mani in pasta (espressione che adoro), sporcandosi di realtà, buttandosi nella realtà. Non si migliorano le cose con un colpo di spugna, strappando una pagina sbagliata e pasticciata. Perché è su quella pagina che noi stiamo e su cui dobbiamo continuare a muoverci. Brutta cosa, se non lo capiamo;
il fatto che, sconfiggendo (non riesco ancora a capire grazie a quali meriti e capacità) la Clinton nelle primarie, abbia impedito all'America di avere un futuro presidente competente e capace (forse) di fornire un Change, reale, tangibile, un po' grezzo, non certo perfetto, ma presente, possibile, non fatto di ovatta;
il fatto che abbia scelto Biden come candidato alla vicepresidenza; il profeta del cambiamento, della speranza, dei valori, del voltare pagina che sceglie uno che di quella politica brutta e cattiva si è sporcato per decenni. E non ci sono ragioni di convenienza politica, utilità elettorale, possibilità di creare un ticket completo che tengano. Perché non puoi esprimerti, dibattere, catechizzare (vaneggiare?) con certi temi, certe parole d'ordine, certe (vaghe) linee guida e poi sceglierti come spalla destra uno che rappresenta tutto il contrario di quello che vuoi rappresentare. È una questione di coerenza. E la coerenza in certe occasioni conta molto, fino ad essere quasi tutto. Perché in questo caso, se non sei coerente, allora non fai altro che vendere aria fritta. E non mi dire che ti serve uno che faccia il gioco sporco per te: con quelle premesse -se vuoi che queste contino qualcosa- il gioco sporco, semplicemente, non lo devi fare;
il fatto che rischi di far sì che la prossima First Lady sia così brutta.
Alcune cose che detesto di Mc Cain:
Sarah Palin. Forse avrà ragione Christian Rocca, ma a me Sarah Palin dà l'idea di una donna che rappresenta una possibile disgrazia per tutto il genere umano. I media, soprattutto europei, l'hanno dipinta come una macchietta, e non lo è. Ma è appunto ciò che rimane una volta grattato via questo strato di deformazione cabarettistica, a lasciare forti inquietudini. Non ce l'ho con Mc Cain perché ritengo l'aver scelto quella candidata una decisione sciocca e controproducente. Anzi, penso che gli farà guadagnare non pochi voti. Ma come detto prima, il pragmatismo non sempre è tutto e spesso non è la cosa più importante (anche se suonerà strano, detto da me). In questo caso non è una questione di coerenza, ma di responsabilità. Perché non puoi candidare una simile persona ad un ruolo tanto importante (con tutto quello che poi questo comporterà, in termini positivi, per la sua carriera politica futura), anche se credi che ti converrà molto. Oppure puoi farlo, l'hai fatto, ma questo getta serissimi e fondati dubbi sulle tue qualità di leader e di capo politico. Ombre, ancora una volta, inquietanti.
Sarah Palin, da sola, quasi pareggia tutti i punti di Obama. Quasi, però. Sarà una lunga notte.
Dati:
La democrazia la si può amare. La si può odiare. La si può non apprezzare per nulla, ma considerarla il male minore. Ma comunque è una cosa seria.
Il giornalismo pure è una cosa seria. Ed il buon giornalismo non è arrivare per primi su una notizia, ma saperla raccontare più chiaramente, con più completezza, con un analisi più fine e brillante.
Exit polls, proiezioni, scrutini parziali sono quanto di più fallace possibile.
Svolgimento:
Andiamocene tutti a letto, niente balletti, nienti schemini stravolti ogni dieci minuti, niente fuffa sul nulla.
Ovviamente, non lo faremo mai. Diciamocelo, questo balletto è uno spettacolo fantastico.
Non ho partecipato al Concorso di Condor. Lo metto ora, il mio pronostico. Obama, 300 grandi elettori.